Diario di un alieno

La teoria dei “piattini”

L’amore malato spiegato grazie ad un “numero” circense.

Non vado al circo da una vita. Anzi, a dirla tutta, il circo manco mi è mai piaciuto. Qualche volta però, soprattutto sotto Natale, mi è capitato di vederlo in televisione insieme a mamma e papà, comodamente seduto sul divano di casa. Uno dei miei “numeri” preferiti è quello in cui un giocoliere, con enorme maestria, fa girare una quantità innumerevoli di piattini su un asticella sottile quanto ad uno spago. Il tutto, senza farli mai cadere a terra. Trovo avvincente il modo in cui riesce a tenerli in equilibrio ed affascinante non solo come riesce a calibrare la forza da imprimergli (mai troppa o troppo poca) ma anche il modo in cui riesce a calcolare il tempo necessario a dare un colpo a tutti, a far sentire la sua presenza, a dire “io ci sono, adesso gira che poi torno”.

Più o meno, è quello che faceva un mio vecchio conoscente con le innumerevoli persone che frequentava. A loro insaputa e in maniera alterna, a queste persone (i piattini), veniva fatto credere di essere le “uniche e sole”. Con enorme destrezza, grazie ad accorti gesti e a misurate parole, dava loro un piccolo “colpo”, le faceva “girare”, le illudeva e si allontanava. Mai per troppo o per troppo poco. Il tempo necessario a non farle mai stancare, a non farle mai perdere l’equilibrio e cadere rovinosamente a terra. Sempre pronto, con un sms, una telefonata o un’uscita, ad un nuovo colpo e ad un nuovo giro.

Quando nel 2011 ho formulato per la prima volta la teoria dei piattini, non conoscevo ancora il successo che avrebbe riscosso ogni qual volta l’avrei raccontata ne, in particolar modo, quante volte sarebbe calzata a pennello sulle storie d’amore che mi sarebbero state narrate. E invece, con mio enorme dispiacere, in questi anni mi sono reso conto che il mondo è pieno di giocolieri a cui piace non solo divertirsi con i sentimenti delle persone ma anche con le persone stesse. Narcisismo, egocentrismo, opportunismo, insicurezze varie, paura di restare da soli… Sono tante le motivazioni che spingono questi soggetti a travestirsi da circensi e a trasformare gli altri in tanti piattini da far girare continuamente intorno a se. Ma sono davvero così capaci come si pensa?

Chi ci inganna è bravo a farlo per natura oppure siamo noi a renderlo tale perchè glielo permettiamo? Sono più abili gli altri ad ingannarci oppure noi a farci ingannare?

E a voi? Questa teoria vi convince?

Diario di un alieno

L’incastro perfetto

A 20 anni si cerca qualcuno che abbia una bella presenza… A 30, qualcuno che ci dia una stabilità economica… A 40, si cerca qualcuno… E basta!

Cresciamo con il mito dell’amore eterno. Quello in cui due persone si conoscono, si frequentano, si innamorano, “si mettono insieme” e insieme ci restano per tutta la vita. Quello in cui può succedere di tutto ma in cui l’incastro è così perfetto che niente e nessuno riuscirà a farlo mai crollare. Tipo: ex che vanno e vengono come se fossero mutande, improbabili malattie da curare, sofferti allontanamenti per il bene di terzi (madri, padri, figli, nipoti e pronipoti)… Insomma, cose che può scrivere anche il più scarso degli sceneggiatori.

Peccato che nella maggior parte dei casi, questo amore eterno si riesce a vederlo soltanto nei film, che parliamoci chiaramente, niente hanno a che fare con la vita reale. E così, il meglio che ci possa capitare è un partner che dopo un paio di anni dalle fatidiche farfalle nello stomaco, ci rimane con un pugno di bruchi tra le mani… Morti!

Di solito si dà la colpa a contingenze esterne: si cresce, si cambia, si cercano nuove esperienze, nuovi stimoli… Eppure nessuno si chiede mai se quell’incastro perfetto, che perfetto non è più, magari perfetto non lo è mai stato.

Inconsapevolmente, quanto ci accontentiamo delle persone che incontriamo, solo per paura di restare da soli? Quanto forziamo questo incastro maledetto, che ci fa andare bene anche chi, in fondo in fondo, tanto bene non va’?

Sono sicuro che anche voi, come me, avete un amico dall’innamoramento facile. Quello che al primo incontro esclama: “E’ la persona che stavo aspettando!”. Ma aspettando per cosa poi? Una volta si conosceva qualcuno perché si voleva capire se era compatibile con noi, adesso è compatibile con noi ancor prima di averlo conosciuto, magari solo perché ci abbiamo chattato per un mese su whatsapp o parlato al telefono per un paio di volte. Così si finalizza l’incontro non tanto ad una semplice chiacchierata dal vivo ma ad un vero e proprio esame, dove l’interrogato di turno, ogni tanto, può anche sbagliare risposta, tanto ci siamo noi, a guidarlo come un pastore tedesco fa’ con un cieco. Ascoltiamo ciò che vogliamo ascoltare, vediamo ciò che vogliamo vedere.

Nell’esperienza ovattata di un incontro a due è facile sembrare carini, premurosi, gentili… Perfetti insomma. Ti sorrido, ti intrattengo brillantemente, ti pago la cena, ti accompagno a casa e se va bene, ti bacio. Ma poi? Cosa succede quando si esce con gli amici? Come si comporta il nostro conoscente con le persone che stimiamo di più? Il vero banco di prova dovrebbe essere proprio questo e invece, al vero esame, il candidato ci arriva quando è ormai troppo tardi… Quando, purtroppo, le famosissime “fette di prosciutto” hanno invaso i nostri occhi e tappato le nostre orecchie.

Una mia amica dice sempre che non bisogna mai uscire di casa con l’idea di comprare un abito specifico perché si finisce con l’acquistare l’abito sbagliato. Per paura di restare senza, ci facciamo andar bene anche qualcosa che non ci calza a pennello… Tanto ci pensa la sarta a rimetterlo a posto per noi. Ma in amore? Chi può rimettere a posto un sentimento nato da una base poco solida?

Voi cosa ne pensate? Esiste l’incastro perfetto o dobbiamo accontentarci di un incastro a metà?